Poche idee, ma confuse.

Di che cosa parlo in questo angolo di spazio libero

domenica 23 gennaio 2011

mercoledì 12 gennaio 2011

Come si può pensare di tornare in Italia

Mi trovo sul divano di casa, a leggere della vicenda Fiat Mirafiori, e sono a un passo dalle lacrime. La verità è semplice, e viene riassunta alla perfezione da Stefano Fassina (responsabile economia del PD, mi sa poco responsabile perché ignorato dai vertici) in un suo articolo sull'Unità. La verità è che dopo un anno di crisi e di ricorso massivo alla cassa integrazione, Marchionne incassa circa 100 milioni di euro in utili sulle sue stock option, più di quanto in un anno guadagnano tutti gli operai e i quadri di Mirafiori. La verità è che Fiat non presenta un nuovo modello da anni e ha perso il 30% delle quote di mercato nel 2010. La verità è che in altri paesi occidentali le case automoblistiche investono, contrattano con i sindacati, pagano di più gli operai per turni di lavoro umani e producono utili. Il tutto mentre, sulla pelle dei lavoratori, politici giornalisti intellettuali e affaristi di varia natura dibattono sul peso delle parole. Si vota sotto ricatto? Ricatto di chi? Di Marchionne che dice "Se vince il sì si resta in Italia, se vince il no si va a produrre in un altro paese, quindi comunque vada io festeggio"? Della FIOM che vuole imporre le proprie regole ai padroni? Nel frastuono delle assurdità rimbomba il silenzio assordante delle dichiarazioni della classe politica, quella che fino a venti anni fa a Mirafiori guidava i picchetti, e che se si presentasse oggi a Mirafiori il picchetto se lo troverebbe piantato in fronte. E piano piano comincio a credere che il silenzio sia meglio delle parole. Del sindaco di Firenze, Renzi, il futuro del PD, che dice "Basta, io sto con Marchionne". O di D'Alema, che crtica la scelta di Vendola di portare la propria solidarietà ai lavoratori: "Nel PD abbiamo tante anime, che vanno dai rappresentanti FIOM a quelli CISL e UIL, quindi prendere una posizione vorrebbe dire rompere l'unità del partito". Giusto, meglio mantenere la coerenza dell'incoerenza e rompere l'unità della base, quella che il PD lo dovrebbe votare per vedere i propri diritti difesi, e che invece, giustamente, il PD non lo vota. Aspettiamo le prossime elezioni per vederli domandarsi il perché di un'altra sonora sconfitta. Mentre i lavoratori si trovano costretti a votare quello che non è un referendum, perché non viene loro offerta alcuna possibilità di scelta. Perché, come dice Fassina, "non si può rinunciare al lavoro". Il paese ha già rinunciato alla lotta, e a me, da quassù, non resta che constatarlo, tristemente, mentre le lacrime solcano il mio viso.