Sabato, ore 9.50, Gare du Nord: metto di nuovo piede a Parigi, dopo oltre 7 anni. La città non è cambiata, mi accoglie con il suo sguardo traverso, percepisco la tensione nell'aria umida ed elettrica e reciproco il mio odio. Poi rapidamente mi defilo, ci trasferiamo a Saint Denis dove la città si mostra senza trucco, in tutta la sua settarietà: unico bianco in mezzo ai neri, in un sobborgo ferito da cantieri che hanno l'aria di essere lì da molto tempo, impalcature polverose, niente marciapiedi, qualche asse di legno poggiata sul selciato. Macchine arrugginite producono rumori inquietanti, un ragazzo (nero anch'egli) in giacca e cravatta si staglia nella massa come un'eccezione che sottolinea la tristezza della regola. Arriviamo finalmente in un grande spazio occupato, un edificio le cui stanze sono state trasformate in atelier: perché a Parigi riappropriarsi di uno spazio vuol dire diventare artista, ed imparare l'arte della dissimulazione con la quale la città intasca i soldi di migliaia di turisti ignari. Turisti che a Saint Denis ci vanno a vedere il rugby, magari, ma che poi tornano felici nei loro alberghi in centro, lontano dalle banlieue, lontano dai neri, lontano dalla polvere e da quella donna senza trucco. Turisti che vanno a Parigi spesso per celebrare il proprio amore nella città capitale del Romanticismo. Gente che non sa che a Parigi l'amore può anche finire.
Di che cosa parlo in questo angolo di spazio libero
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mercoledì 9 febbraio 2011
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